Una Crisi di Civiltà
La crisi e poi la fine della civiltà alpina tradizionale è un processo che si svolge lentamente e per fasi successive. Ma precipita all’inizio degli anni sessanta, quando l’agricoltura in montagna viene completamente abbandonata, anche a seguito di migrazioni che rendono drammatico lo spopolamento di interi valloni, di centinaia di borgate, in tutte le Alpi meridionali, più che nel resto dell’arco alpino.
L’abbandono delle coltivazioni ha effetti dirompenti sul piano sociale, economico, ambientale. La montagna perde con l’agricoltura coloro che ne avevano per secoli assicurata la manutenzione: gli effetti sono devastanti anche in pianura (con le alluvioni sempre più frequenti e disastrose).
Ma soprattutto finisce una civiltà che aveva saputo creare un equilibrio straordinario tra natura e bisogni umani, tra sfruttamento delle risorse e attenzione a non esaurirle, tra ambiente e paesaggio costruito.
Intanto, dietro il paravento di una malintesa “modernità”, questo equilibrio va in frantumi, non c’è più niente e nessuno a difendere il paesaggio alpino, che viene saccheggiato, stravolto, talvolta cancellato dal turismo di massa, da insediamenti puramente speculativi, dall’abbandono dei montanari al loro destino di nuovi operai emigrati in pianura definitivamente.
Il mondo dei vinti non è l’invenzione di uno scrittore: è la fotografia della montagna cuneese dalla metà degli anni sessanta a … (è difficile dire quando l’agonia cominci a regredire e la montagna morente dia i primi segni di ripresa).
