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Un paesaggio verticale

Un paesaggio verticale

Che cosa si intende, dicendo che la montagna è un paesaggio verticale?
Si intende che per capire la montagna bisogna tenere conto dell’altimetria, dell’esposizione al sole, delle pendenze dei terreni, del variare della temperatura e delle precipitazioni in relazione alla quota. Tutti questi elementi, moltiplicati inoltre dal variare delle stagioni, si riflettono a loro volta sulla diversificazione vegetazionale e sui processi di formazione dei suoli (pedogenesi), determinando una pluralità di situazioni e contesti ambientali differenti, spesso avversi alla presenza dell’uomo. Il quale, tuttavia, ha saputo trasformare le difficoltà ambientali in risorsa per la creazione di una civiltà alpina mobile nel salire e nel discendere le valli, attraversandole per il largo e per il lungo. Le comunità assecondano e utilizzano la naturale configurazione del territorio per fasce altimetriche, muovendosi nell’arco dei dodici mesi lungo le sezioni trasversali di valle, interpretando e modificando incessantemente la natura dei luoghi ai fini dell’insediamento e dello sfruttamento umano.
Il paesaggio verticale diventa dunque un paesaggio del movimento, dove la strutturazione per fasce altimetriche successive si traduce nella sequenza coltivo-prato-bosco-pascolo, nonché nell’articolazione e nella dispersione fisica degli insediamenti e degli spazi produttivi in relazione al variare delle stagioni ed alle caratteristiche del terreno.
In questo contesto, i concetti di adret (versante al sole, l’indritto) e di ubac o envers (versante in ombra, l’inverso) costruiscono non solo una suggestione di geografia fisica, ma una fondamentale chiave di interpretazione del popolamento alpino: l’adret come luogo degli insediamenti stabili e dei coltivi; l’ubac come spazio dei boschi, degli alpeggi, delle dimore temporanee.