Il contrabbando
Le valli alpine sono state un crocevia per gli scambi commerciali. Panni, capi di bestiame, sale, tabacco e, più recentemente, caffè e zucchero hanno transitato sulle rotte impervie della montagna. Una miriade di trasporti minuti ha così fornito un apporto consistente all’economia dei villaggi alpini che gestivano questi traffici.
Terre di frontiere, queste. Frontiere mutevoli, lentamente inghiottite dalla macchina bellica sabauda. Geografia intricata di consuetudini, esenzioni e privilegi, spianata poco alla volta dal rullo compressore dell’amministrazione centrale. Ed ogni frontiera, oltre ad inceppare la libera circolazione di uomini e merci, poteva trasformarsi in una risorsa per il contrabbando. La penuria da una parte e la disponibilità dall’altra, oppure semplicemente i divari dei prezzi, rendevano particolarmente redditizio il trasferimento di alcune merci attraverso il confine. Di che spingere ad affrontare i disagi del cammino, le intemperie e, soprattutto, il rischio di essere catturati.
Per secoli questa particolare forma di commercio ha costituito un’attività assai diffusa tra le popolazioni di montagna, soprattutto nelle alte valli. Grazie alla perfetta conoscenza del terreno e al sostegno della popolazione locale, i contrabbandieri riuscivano generalmente ad eludere la sorveglianza delle guardie. Due concezioni del territorio si fronteggiavano : l’una calata dall’alto, basata sulla discontinuità e imperniata su frontiere nette di carattere lineare; l’altra, fondata su trame disperse di contiguità, immersa nel pulsare lento di un rapporto simbiotico, rinnovato di generazione in generazione, con lo spazio alpino.
